Sei anni fa, oggi, ancora non lo sapevo, ma avrei dato il mio primo bacio.
“Ancora”, mi disse. E mi baciò ancora. Erano gli anni degli amori eterni di due settimane.
Mi mandano in ospedale. Fra tre giorni farò il mio primo turno. La mia prima notte. Vorrei tanto essere all’altezza delle mie aspettative, vorrei tanto che quei pazienti escano dall’ospedale sentendo che qualcuno si è preso cura di loro, proprio come avevano bisogno in quel momento. Mi sembra tutto così difficile…
Vorrei addormentarmi e non sentire più male.
Non sentire più nulla.
Immagino un sacco di cose.
Il giorno della mia Laurea, tipo, che non so quando arriverà, visto che al momento dovri studiare. Immagino il matrimonio della mia migliore amica, e la immagino a fatica con l’abito bianco, lei che di abiti non ne porta mai, la immagino a fatica truccata. Però la immagino bella come una sposa: lo è sempre stata.
Immagino mia mamma di nuovo felice e prego ogni notte che non resti solo fantasia. Immagino che ogni mio amore rotto si ricomponga coi pezzi giusti per sé, quelli che io non avevo ma per cui ho forzato, sperato, tentato. Immagino un passato diverso, mi chiedo se il presente sarebbe stato lo stesso, e mi immagino un futuro… Un futuro.
Io non la voglio una vita straordinaria. Di quelle perfette, col marito perfetto, i figli perfetti. Sono una che si accontenta. Una che nel verbo accontentarsi trova la radice della felicità: a-contenta-si. Essere contenti autonomamente con quel che si ha. Io non voglio il massimo, ma non perché sono mediocre, o senza aspirazioni, o aspettative. Non perché ho paura di restare delusa. Magari avrò un marito che mi metterà le corna, i figli che mi faranno impazzire e un lavoro che mi massacrerà fisicamente e psicologicamente. Magari sarò disperata. Non mi interessa.
Mi immagino di sorridere l’ultimo secondo della mia vita e pensare: è andata bene.
Così. Parlare della mia vita come se fosse stata un compito in classe. Solo che invece della sigaretta post-stress, avrò diritto a più riposo, e voglio esseree stanca. Voglio essere felice anche di avercelo, questo riposo.
Immagino un sacco di cose, tappe e momenti. Ma chiedimi chi sarò domani, e non saprei nemmeno immaginare i miei capelli.
Un mese.
Sì, oggi è un mese che stiamo insieme. Gliel’ho detto all’una di notte, eravamo a mangiare un panino con amici, mi ha guardata e ha esclamato:”Di già? Allora beccati sto bacio!” E mi ha baciata. Buon mesiversario. Fossi stata quella di qualche anno fa non ci avrei dormito la notte, per la rabbia, dico. Punto primo, me ne sono ricordata solo io. Punto secondo, avrei voluto un cioccolatino, un fiore, almeno una sera per noi. Qualcosa per me.
Invece sono stata felice.
Felice!
Porca troia, io mi sveglio la mattina e aspetto almeno tre ore prima di cercarlo, perché davvero, io ci provo a farmi desiderare, io ci provo a dire “deve farlo prima lui”, a prendermela se non ricorda le date, se mi dice che sono bellissima ridendo, quando magari ho la faccia sconvolta, i capelli sconvolti, e sono imbronciata per la sua ennesima presa di giro.
Io ci provo, davvero, a fare la ragazzina con lui.
La verità, però, è che non ho mai vissuto un rapporto più maturo e più completo di questo.
Nessuna promessa, nessun progetto a lungo termine, nessuna esagerazione, nessun sbilanciamento con parole o azioni, niente di niente.
Ci siamo noi, la fiducia, e la splendida opinione che abbiamo l’uno dell’altro.
Oggi stiamo insieme da un mese. Cos’è un mese? Trenta giorni, qualche serata insieme, qualche volta a ballare, qualche pizza e birra con gli amici, qualche giorno di sesso estremo, qualche bacio, una foto, qualche carezza, tante risate. Tante. Tantissime.
Cos’è un mese insieme? È cominciare a dire “sai, facciamo una cena tra colleghi.. Mi farebbe piacere presentarti, tu che dici?” E io lavoro, ma cavolo, ci verrei proprio volentieri a quella cena! E non sono più una ragazzina, a me quel bacio mi e piaciuto da morire, quel bacio semplice come la nostra storia. Storia? Si può parlare di storia, dopo un mese? Tutto è storia, anche la signora di fronte che vende il pane è storia, quindi anche noi. E noi non siamo semplici. Stare con te è semplice, stare con me lo è. Ma stare insieme… stare insieme non è mai una storia semplice. Specie per due che non sapevano nemmeno quello che stavano facendo quando si sono baciati e perché e come sia successo. Specie per due che in una storia ci si sono trovati dentro. Dall’oggi al domani.
“Io non cerco relazioni. Tu?”
“Nemmeno io. Ma le relazioni non si cercano. Capitano.”
Così è capitata. Troppo amici per poterci perdere dopo il passo in più, troppo presi per tornare amici. Un po’ forzato, forse.
Eppure a me è sembrato l’inizio più graduale e delicato che abbia mai avuto la fortuna di vivere.
Perché in fondo un mese non è nulla per poter pensare a qualche progetto insieme; un mese non è abbastanza per le cose dolci, da coppia, per i regali e i fiori; un mese è voglio stare con te oggi, e anche domani, con te sto bene, voglio farti felice come tu fai felice me.
Un mese non è nulla, perché è tutto: è il seme piantato nel terreno che a fatica lascia uscire un primo germoglio dal suo guscio. E il germoglio ancora non si vede, sta sotto terra. Ma è lì, è già nato.
È il futuro che non vede l’ora di diventar presente.
È un bel macello.
Vorrei trovare qualcosa di carino da dirti, di tutto quello che scrivo, che però non mi faccia sbilanciare troppo, che non ti faccia capire troppo, che non espliciti troppo. E purtroppo, di tutto quello che scrivo, non si salva nulla.
Solo i silenzi. Solo le pause. Solo le virgole e i punti. Solo gli accenti. E gli apostrofi.
Perché appena inizio a parlare di te, io non ho piú limiti, non ho più freni, e dico tutto. Tutto quello che posso. Tutto quello che penso. Tutto quello che sento. Tutto quello che vedo. Tutto.
Tutto di te. E se si tratta di te io non so avere mezze misure. Non si può dare una misura alla felicità.
Momenti brutti.
Rispolverando vecchie foto, ne trovo una del mio secondo compleanno.
Ci sono io, e tanti bambini, figli di amici di famiglia o parenti, insomma. E poi ce n’è uno, accanto a me, che mi soffia le mie due candeline. LE MIE DUE CANDELINE!!!!! Poi ci si chiede perché sono cresciuta acida: non solo gli avrei offerto un pezzo della mia torta, con grande gentilezza, ma questo mi soffia pure le candeline! E ora che l’ho ricordato, non lo dimentico più, quello è il mio trauma, l’origine dei miei difetti. Se sto sul cazzo a qualcuno, rifatevela con lui. La colpa è sua.

